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Magazine — Padelisti Anonimi
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Dai caroselli
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01
GEAR & MERCATO

L'Italia è nell'élite del padel: lo dice il Global Padel Report 2026

Il report di Playtomic inserisce l'Italia tra le “Padel Heartlands” mondiali, con Spagna, Portogallo e Argentina. Numeri e cosa cambia per club e giocatori.

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02
CRONACA PRO

I tennisti sono pronti per giocare subito in Premier Padel?

Le wild card ai tennisti riaprono il dibattito: il talento basta per entrare nella gabbia? Cosa si trasferisce davvero tra i due sport e cosa no.

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03
DIETRO LE QUINTE

Tolito Aguirre: 30 kg persi, sveglia alle 4 e una promessa da mantenere

Da 30 kg in meno alla top 30 mondiale: la storia del mago argentino che vive a Milano. Sacrifici, una promessa alla moglie e tanta determinazione.

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04
CRONACA PRO

Valladolid non è un torneo, è un test di sopravvivenza

Caldo a 40 gradi, gradinate in pietra, 701 metri di altitudine e una pallina velocissima: perché la tappa di Valladolid è il test fisico più duro della stagione.

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05
CRONACA PRO

Cos’è davvero la Pro Padel League, la lega che vuole americanizzare il padel

Franchigie, roster maschili e femminili, tappe da New York a Miami e streaming gratuito: tutto sulla prima lega a franchigie del padel nordamericano.

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06
CLUB CULTURE

Reserve Cup a Marbella: quando il padel incontra il lusso

Padel d'élite, lusso e spettacolo al Puente Romano: il torneo voluto da Wayne Boich con Jimmy Butler, per la prima volta anche al femminile.

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07
DIETRO LE QUINTE

Il segreto del portiere dei record al Mondiale? Si allena col padel

15 parate contro l'Ecuador, record storico al Mondiale. E nel programma di allenamento di Eloy Room, numero uno di Curaçao, c'è il padel.

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08
GEAR & MERCATO

Nike entra nel padel e vuole Tapia: la notizia che cambia il mercato

Secondo Marca, Nike prepara l'ingresso nel padel per il 2027 con Agustin Tapia come volto. Ma c'è il contratto con Nox fino al 2028.

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09
CRONACA PRO

Il tennis accoglie il padel a Wimbledon: Lebron tennista per un giorno

Juan Lebron con la racchetta da tennis sull'erba più famosa del mondo: un'immagine simbolo del nuovo rapporto tra i due sport.

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10
GEAR & MERCATO

Red Bull Padel: Court Legends, il padel ha finalmente il suo videogioco

Gratis su iOS e Android, con licenza ufficiale Premier Padel: partite online, gestione del club e i pro nel gioco. Ed era ora.

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11
DIETRO LE QUINTE

Borges lascia Augsburger: dov’è il limite per un manager?

Dopo 5 anni e mesi di attacchi pubblici a Lebron, Lisandro Borges non è più il manager di Leo Augsburger. La storia della rottura.

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12
CRONACA PRO

La FIP firma il Codice WADA: il padel verso le Olimpiadi

Stessi controlli antidoping degli sport olimpici e un requisito chiave per il sogno a cinque cerchi: cosa cambia davvero con la firma.

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13
CLUB CULTURE

Tennis o padel? Rolex, Hublot, AP e Richard Mille hanno già risposto: entrambi

Rolex con Coello, Audemars Piguet timekeeper del Premier Padel, Hublot con Galán, Richard Mille con Belasteguín: il lusso ha scelto.

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14
CLUB CULTURE

In Belgio i festival si spostano nei padel club: il caso Buenas Open

Padel by Day, Party by Night: il primo festival di padel a tema retrò al mondo trasforma i club in venue. E ci mostra il club del futuro.

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GEAR & MERCATO · 3 min di lettura

L'Italia è nell'élite del padel: lo dice il Global Padel Report 2026

Il report di Playtomic inserisce l'Italia tra le “Padel Heartlands” mondiali, con Spagna, Portogallo e Argentina. Numeri e cosa cambia per club e giocatori.

Il mercato del padel in Italia non è più in fase di boom: è entrato in una fase più interessante. Il Global Padel Report 2026, pubblicato da Playtomic insieme a Strategy& by PwC, inserisce l’Italia tra le “Padel Heartlands”, i pochi Paesi al mondo dove questo sport è ormai radicato nella vita quotidiana delle persone. Insieme a noi solo Spagna, Portogallo e Argentina.

Tradotto: non siamo più il mercato emergente che incuriosisce gli analisti. Siamo uno dei mercati di riferimento del padel mondiale.

I numeri del Global Padel Report 2026

La fotografia globale racconta uno sport che continua a correre: a fine 2025 nel mondo si contavano oltre 58.300 campi, circa 20.900 club e 19,4 milioni di giocatori attivi. Solo nell’ultimo anno sono nati quasi 5.000 nuovi club, con una crescita dei campi del 16% anno su anno, e il report stima oltre 91.000 campi entro il 2028.

Dentro questa crescita, però, non tutti i mercati sono uguali. Il report li divide in cinque categorie di maturità, dalle Heartlands ai mercati “post-boom” come la Svezia, che dopo la corsa ai campi si sta riassestando. L’Italia ha seguito una traiettoria diversa: crescita fortissima, ma poggiata su una domanda reale e continua.

Perché l’Italia è una “Padel Heartland”

Essere una Heartland non significa solo avere tanti campi. Significa che il padel è entrato stabilmente nelle abitudini delle persone: alta frequenza di gioco, club sempre più professionali, modelli sempre più premium.

E i numeri italiani parlano chiaro: siamo il secondo Paese al mondo per campi dopo la Spagna, con oltre 10.000 campi, circa un milione e mezzo di giocatori e più di cinque milioni di appassionati.

A sintetizzare il momento è Pablo Carro, co-founder e CCO di Playtomic: ciò che rende forte il mercato italiano, spiega, è la profondità e la regolarità della domanda, unite a club sempre più professionali e a una crescente premiumizzazione dell’ecosistema.

La nuova fase: vince chi sa gestire, non chi sa solo costruire

Il passaggio chiave del report riguarda da vicino chiunque gestisca o frequenti un club: nei mercati maturi la partita non si gioca più sulla costruzione di nuovi campi, ma su sofisticazione operativa, ottimizzazione dei prezzi e capacità di generare valore nel tempo. La fase in cui bastava costruire un campo per riempirlo è finita.

Anche il concetto stesso di club sta cambiando: i migliori stanno superando il modello “affitta campi” per diventare luoghi di experience, wellness, hospitality e community. Nove dei dieci club più performanti al mondo offrono già servizi off-court, dai corsi fitness al food & beverage. Il report li chiama i luoghi del “terzo tempo”: chi gioca lo sa da sempre, il padel non finisce quando finisce la partita. Ora anche i numeri lo certificano.

Cosa significa per il padel italiano

La nostra lettura: questo report è insieme un riconoscimento e una responsabilità. Il riconoscimento è che l’Italia siede al tavolo dei grandi del padel mondiale. La responsabilità è che i club che continueranno a ragionare solo in ore di campo affittate rischiano di restare indietro rispetto a chi investe su esperienza, servizi e community.

E voi che il padel lo vivete ogni settimana: il vostro club è ancora un affitta-campi o sta diventando qualcosa di più?

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CRONACA PRO · 3 min di lettura

I tennisti sono pronti per giocare subito in Premier Padel?

Le wild card ai tennisti riaprono il dibattito: il talento basta per entrare nella gabbia? Cosa si trasferisce davvero tra i due sport e cosa no.

Succede a ogni torneo che concede una wild card a un nome del tennis: il pubblico si incuriosisce, i media generalisti si accorgono del padel, e il risultato in campo è quasi sempre lo stesso, un’eliminazione al primo turno. L’ultimo caso è quello di Sara Errani a Valencia, fuori all’esordio pochi giorni dopo aver vinto il doppio misto al Roland Garros. Ma il punto non è lei: è la domanda che ogni volta torna a galla. I tennisti sono idonei a giocare subito in Premier Padel?

Cosa si trasferisce davvero dal tennis al padel

Partiamo da ciò che è innegabile: il tennis regala una base che chiunque giochi a padel riconosce al volo. Mano educata, sensibilità sulla palla, lettura anticipata delle traiettorie, colpi fondamentali già costruiti. Non è un caso che tanti campioni del padel, a partire da molti top player attuali, arrivino da un’infanzia tennistica. Il tennista che entra nella gabbia parte avanti rispetto a chiunque altro provenga da un altro sport.

Ma partire avanti nel padel amatoriale è una cosa. Competere in Premier Padel, contro professionisti che nella gabbia ci vivono da quindici anni, è un’altra.

Cosa non si trasferisce: i vetri, la coppia, i tempi

Il padel professionistico è fatto di automatismi che il tennis non insegna, e che anzi a volte rema contro. I vetri, prima di tutto: le uscite di parete trasformano ogni scambio in un problema di geometria che nessun campo in terra rossa ti ha mai posto, e i tennisti prestati al padel lo ammettono per primi. Poi c’è la dimensione di coppia, con comunicazione, coperture e gerarchie di campo che nel tennis semplicemente non esistono. E infine i tempi: nel padel pro il punto si costruisce con una pazienza tattica che al tennista, abituato a chiudere, sembra innaturale. Aggiungete la volea giocata a ripetizione, la gestione del lob, la smorzata dentro scambi lunghissimi: il conto degli anni necessari per automatizzare tutto questo si fa presto.

Per questo il verdetto del campo è così costante: il talento si trasferisce, gli automatismi no. E il Premier Padel è ormai una questione di automatismi.

Allora le wild card sono un errore?

Qui il dibattito si spacca in due. C’è chi dice che ogni wild card a un tennista toglie un posto a chi il padel lo vive tutto l’anno, magari a un giovane del circuito che di quell’occasione avrebbe fatto tesoro. Ed è un argomento serio, che il circuito farebbe bene a non liquidare.

Ma c’è anche l’altra faccia: ogni nome del tennis in tabellone porta al padel telecamere, pubblico e legittimazione. E quando l’esperienza viene vissuta con umiltà, il messaggio che passa è il più prezioso di tutti: perfino chi ha vinto Slam scopre che la gabbia non è un campo da tennis in miniatura, ma uno sport con una sua profondità tecnica che merita rispetto. Vale molto di più questo di mille dibattiti su quale sia lo “sport vero”.

La nostra posizione

La risposta alla domanda iniziale, per noi, è no: i tennisti non sono pronti a giocare subito in Premier Padel, e ogni wild card lo conferma. Ma è giusto che ci provino, ed è un bene che il padel apra le porte: ne escono sempre rafforzati entrambi gli sport. L’importante è che le wild card restino un ponte tra due mondi, e non diventino un’operazione di marketing che scavalca chi si è guadagnato il tabellone sul campo.

E voi come la vedete: le wild card ai tennisti fanno crescere il padel o tolgono spazio a chi lo merita di più?

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DIETRO LE QUINTE · 3 min di lettura

Tolito Aguirre: 30 kg persi, sveglia alle 4 e una promessa da mantenere

Da 30 kg in meno alla top 30 mondiale: la storia del mago argentino che vive a Milano. Sacrifici, una promessa alla moglie e tanta determinazione.

“Ho perso 30 kg. Quando entro in campo, credo di poter battere chiunque.” Basterebbe questa frase per raccontare chi è Tolito Aguirre, uno dei personaggi più amati e più discussi del padel mondiale. Ma la storia di Leonel Daniel Aguirre, per tutti semplicemente Tolito, merita di essere raccontata per intero, perché è una delle più belle parabole di determinazione che questo sport abbia prodotto.

L’argentino si è confessato in una lunga intervista sul canale YouTube di el4Set, parlando dei suoi inizi, dei sacrifici e del percorso che lo ha portato dove nessuno, forse nemmeno lui, pensava potesse arrivare.

Non solo talento

Tolito è sempre stato etichettato come il mago, il giocatore più spettacolare in circolazione, quello dei colpi impossibili diventati virali. Un’etichetta che per anni ha nascosto il resto: “Mi alzavo alle 4 del mattino, 12 ore di lezioni al giorno. Alcuni pensano sia una bugia, ma è la verità”, ha raccontato. Prima di vivere di tornei, Tolito viveva di lezioni: la racchetta come mestiere, nel senso più duro del termine.

Ed è qui che il personaggio si separa dal cliché. Il talento naturale ce l’ha sempre avuto, ma il salto di livello è arrivato quando ha deciso di trattarsi da atleta: trasformazione fisica, 30 chili persi, preparazione professionale. Il mago ha smesso di essere solo intrattenimento ed è diventato un giocatore completo.

La promessa

Dietro la svolta c’è anche un momento privato che Tolito ha voluto condividere: “Stavamo guardando la TV e mia moglie mi ha detto: voglio vederti lì. È per lei e per mio figlio che mi butto a capofitto.” Lì, cioè nel grande padel, quello dei tornei che contano. Una promessa fatta sul divano di casa, diventata il motore di una seconda carriera.

È il lato che spesso dimentichiamo quando guardiamo i professionisti: dietro ogni ranking c’è una famiglia che ha accettato sacrifici, trasferimenti, incertezza. Nel caso di Tolito, un trasferimento intercontinentale compreso.

Oggi è top 30. E vive a Milano

Già, perché la nuova vita di Tolito parla anche italiano: l’argentino ha scelto Milano come casa, un segnale di quanto l’Italia sia ormai centrale nella geografia del padel mondiale. E i risultati gli stanno dando ragione: “Pensavo di poter arrivare top 50. Ora che sono top 30, voglio sognare un po’ di più”, ha dichiarato.

Il percorso nel circuito Premier Padel, iniziato tra lo scetticismo di chi lo considerava solo un fenomeno da social, lo ha visto scalare il ranking a suon di risultati, senza mai rinunciare a quello che lo rende unico: il gioco più imprevedibile e divertente del circuito, con un seguito social che pochi top player possono vantare.

Perché questa storia ci riguarda

La storia di Tolito ci piace perché smonta la narrazione più pigra del padel professionistico, quella per cui o nasci fenomeno o non arrivi. Tolito il fenomeno lo era già, ma è arrivato davvero solo quando ha aggiunto al talento la parte noiosa: dieta, preparazione, disciplina. La magia, da sola, non basta. La magia allenata, invece, fa paura a chiunque.

E voi da che parte state: meglio un giocatore spettacolare che ti fa alzare dalla sedia o uno solido che vince senza emozionare?

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CRONACA PRO · 3 min di lettura

Valladolid non è un torneo, è un test di sopravvivenza

Caldo a 40 gradi, gradinate in pietra, 701 metri di altitudine e una pallina velocissima: perché la tappa di Valladolid è il test fisico più duro della stagione.

Nel cuore della Plaza Mayor di Valladolid si gioca il test fisico più duro della stagione del Premier Padel. Non è un modo di dire: è la somma di quattro fattori che, messi insieme, trasformano una tappa del circuito in qualcosa che assomiglia più a una prova di resistenza che a un torneo di padel. Vediamoli uno per uno.

Il caldo: 40 gradi in campo

Il torneo si gioca outdoor a metà giugno, nel pieno dell’ondata di calore che ogni anno investe la meseta castigliana. In campo la temperatura tocca i 40 gradi, e parliamo della temperatura dell’aria: quella percepita dentro la gabbia, tra vetri e superficie sintetica, è un’altra storia. Per i giocatori significa gestire idratazione, crampi e lucidità in condizioni che il resto del calendario semplicemente non presenta.

La pietra: un forno a cielo aperto

Il secondo fattore è la location stessa, che è insieme la magia e la condanna di questo torneo. La Plaza Mayor è uno scenario unico nel circuito, ma le sue gradinate in pietra trattengono il calore accumulato durante il giorno e lo rilasciano per ore. Il risultato è che nemmeno le sessioni serali offrono tregua: il campo resta immerso in un forno a cielo aperto anche quando il sole è calato da un pezzo.

L’altitudine: 701 metri che cambiano tutto

Valladolid sorge a 701 metri sul livello del mare. Sembra un dettaglio da guida turistica, ma per chi gioca è un fattore tecnico enorme: aria più rarefatta significa meno resistenza, e meno resistenza significa pallina più veloce. I tempi di reazione si accorciano, le uscite di parete diventano più imprevedibili, gli smash che altrove torneresti a prendere qui escono dalla gabbia.

La pallina: la Bullpadel Next sul veloce diventa un razzo

Come se non bastasse, la pallina ufficiale del torneo è la Bullpadel Next, già progettata di suo per un ritmo di gioco elevato. Sommata ad altitudine e caldo, che gonfiano e accelerano ulteriormente la palla, il risultato è un gioco a velocità estreme, dove il controllo diventa la merce più rara e preziosa del torneo.

Perché tutto questo ci piace

Si potrebbe obiettare che condizioni così estreme falsino il torneo. Noi la vediamo al contrario: Valladolid è il correttivo perfetto di un circuito che rischia di assomigliarsi ovunque. Qui non vince solo chi ha il braccio migliore, vince chi si adatta: chi legge prima le condizioni, chi gestisce il fisico, chi accetta che la partita perfetta in queste condizioni non esiste. È padel in versione survival, e ci racconta dei giocatori cose che dieci tornei indoor non ci diranno mai.

Non è un caso che vincere qui, in casa, sia diventato un affare di famiglia per chi domina il circuito: portare a casa il titolo a Valladolid vale doppio, perché significa aver battuto gli avversari e le condizioni.

E voi ci giochereste una partita a 40 gradi in una piazza di pietra, o il padel estremo lo lasciate volentieri ai professionisti?

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CRONACA PRO · 3 min di lettura

Cos’è davvero la Pro Padel League, la lega che vuole americanizzare il padel

Franchigie, roster maschili e femminili, tappe da New York a Miami e streaming gratuito: tutto sulla prima lega a franchigie del padel nordamericano.

La Pro Padel League è la prima lega di padel a franchigie del Nord America, e per capirla bisogna dimenticare tutto quello che sappiamo sui tornei tradizionali. Niente tabelloni a eliminazione, niente coppie che si iscrivono: qui ci sono squadre con un nome, una città e un roster, come in NBA o NFL. È il padel tradotto in americano, e sta crescendo a una velocità che merita attenzione anche da questa parte dell’oceano.

Le origini: nata nel 2023, già due dinastie

La PPL nasce nel 2023 come prima lega a franchigie del continente. Nel 2024 il titolo è andato ai Florida Goats, nel 2025 ai New York Atlantics. Dieci le squadre attuali, distribuite tra Stati Uniti, Canada e Messico: DC Matrix, Florida Goats, Houston Volts, Las Vegas Smash, Los Angeles Beat, Mexico Waves, Miami Padel Club, New York Atlantics, San Diego Stingrays e Toronto Polar Bears.

Il format: uno sport di squadra, al maschile e al femminile insieme

Ogni franchigia ha un roster maschile e uno femminile, e questa è la vera rivoluzione culturale della lega: ogni sfida si decide con due partite, una femminile e una maschile, che concorrono allo stesso risultato. I punti conquistati in ogni tappa alimentano una classifica generale, e le migliori squadre accedono alle finali di Miami, la City’s Cup che chiude la stagione a dicembre.

La stagione 2026 tocca cinque città: New York a luglio, Los Angeles ad agosto (al debutto), Playa del Carmen a settembre, Guadalajara a novembre e Miami a dicembre per le finali.

La tappa di New York: il padel all’Hammerstein Ballroom

Per capire l’ambizione del progetto basta guardare dove ha giocato la tappa di New York: l’Hammerstein Ballroom, un teatro del 1906 nel cuore di Midtown Manhattan. Sotto quel soffitto affrescato hanno suonato David Bowie e i Guns N’ Roses; a luglio, per quattro giorni, ci ha giocato il padel, con gli Atlantics campioni in carica a difendere il titolo in casa. La scelta della location dice tutto sulla filosofia della lega: il padel come spettacolo urbano, non come evento per soli addetti ai lavori.

Il business: 15 milioni di dollari e nomi pesanti

Perché la PPL non è solo sport, è anche un investimento. La lega ha raccolto 15 milioni di dollari in un round guidato da Rick Schnall, proprietario degli Charlotte Hornets, e dal fondo Left Lane Capital. Tra gli investitori figurano anche l’imprenditore Gary Vaynerchuk e il tennista Frances Tiafoe. Quando questo tipo di capitale entra in uno sport, di solito non lo fa per passione: lo fa perché vede un mercato.

Come vederla dall’Italia

La notizia migliore per noi: tutte le tappe sono trasmesse in streaming gratuito sul canale YouTube della PPL, accessibile anche dall’Italia. Un modo intelligente di costruire un pubblico globale prima ancora di avere accordi televisivi tradizionali.

La nostra lettura è semplice: la PPL non fa concorrenza al Premier Padel, fa un altro mestiere. Là si celebra il padel come sport, qui lo si confeziona come intrattenimento. E la storia recente dello sport americano insegna che quando le due cose si incontrano, i risultati arrivano.

E voi guardereste un padel a squadre in stile NBA, o il formato a coppie resta insostituibile?

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CLUB CULTURE · 3 min di lettura

Reserve Cup a Marbella: quando il padel incontra il lusso

Padel d'élite, lusso e spettacolo al Puente Romano: il torneo voluto da Wayne Boich con Jimmy Butler, per la prima volta anche al femminile.

Dal 18 al 20 giugno il Puente Romano di Marbella è tornato capitale del padel con la Reserve Cup, il torneo che più di ogni altro incarna la nuova anima glamour di questo sport. Seconda tappa dopo Miami, con una novità storica: per la prima volta è arrivato anche il torneo femminile.

Non è il solito torneo

La Reserve Cup nasce negli Stati Uniti da un’idea di Wayne Boich, imprenditore di Miami, con Jimmy Butler, stella NBA e notoriamente malato di padel, nel ruolo di presidente onorario. La formula unisce tre ingredienti che nel circuito tradizionale raramente convivono: padel d’élite, lusso e spettacolo puro. Il Puente Romano, uno dei resort più esclusivi d’Europa, non è una location scelta a caso: è una dichiarazione d’intenti.

Il messaggio è chiaro: il padel non è solo competizione, è anche lifestyle. E c’è un pubblico, con capacità di spesa notevole, disposto a viverlo così.

Il format: i capitani decidono, le coppie cambiano

Ma la Reserve Cup non è solo cornice: la formula sportiva è tra le più interessanti in circolazione. Niente coppie fisse: si gioca a squadre, e sono i capitani a decidere gli accoppiamenti giorno per giorno. Il risultato sono coppie che nel circuito ufficiale non vedremo mai, esperimenti tattici e alchimie inedite che da soli valgono il prezzo del biglietto.

È una formula che ricorda la Ryder Cup del golf o la Laver Cup del tennis: la competizione individuale lascia spazio alla dinamica di squadra, e i giocatori mostrano un lato che nei tornei del ranking non emerge mai.

L’apertura al femminile: la novità che pesa di più

La vera notizia dell’edizione di Marbella, però, è l’arrivo del torneo femminile. In un momento in cui il padel femminile cresce di visibilità e livello, l’ingresso in un format così mediatico è un segnale importante: gli eventi esibizione di lusso non sono più un club per soli uomini. E considerando quanto questi eventi contino nella costruzione dell’immagine dello sport, è un passo che vale più di tanti proclami sull’inclusione.

Esibizioni così fanno bene o male al padel?

C’è chi storce il naso davanti a questi format: troppo show, poca sostanza, il rischio di trasformare gli atleti in intrattenitori. Noi la pensiamo diversamente: eventi come la Reserve Cup allargano il pubblico del padel a persone che un P1 non lo guarderebbero mai, portano nello sport sponsor e capitali nuovi, e offrono ai giocatori palcoscenici e ingaggi che il solo circuito non garantisce. Il rischio esiste solo se lo show sostituisce la competizione. Finché la affianca, è benzina per tutto il movimento.

La domanda semmai è un’altra, e la giriamo a voi: quanto manca prima che un evento così arrivi in Italia? Le location non ci mancano di certo.

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DIETRO LE QUINTE · 3 min di lettura

Il segreto del portiere dei record al Mondiale? Si allena col padel

15 parate contro l'Ecuador, record storico al Mondiale. E nel programma di allenamento di Eloy Room, numero uno di Curaçao, c'è il padel.

Quindici parate in una sola partita contro l’Ecuador: un record storico per un portiere in un Mondiale. Il protagonista è Eloy Room, numero uno della nazionale di Curaçao, la piccola isola caraibica che sta vivendo la sua favola al Mondiale 2026. E dentro questa favola c’è un dettaglio che ci riguarda da vicino: nel suo programma di allenamento c’è il padel.

“Mescolo padel, palestra e atletica: è il combo perfetto”

È stato lo stesso Room a raccontarlo a Marca: “Mescolo padel con palestra e atletica per migliorare riflessi e cardio. È il combo perfetto.” Una dichiarazione che, letta da chi il padel lo pratica, ha perfettamente senso: pochi sport allenano contemporaneamente tempi di reazione, letture di traiettoria, esplosività sui primi appoggi e resistenza intermittente come una partita nella gabbia.

Per un portiere, in particolare, il padel è quasi un laboratorio su misura: traiettorie che cambiano dopo il rimbalzo sul vetro, riflessi a distanza ravvicinata, spostamenti laterali continui, coordinazione occhio-mano sotto pressione. Esattamente il repertorio che serve tra i pali.

Dal campo alla gabbia: il padel come strumento, non solo come sport

Il caso Room racconta una tendenza che va oltre l’aneddoto: sempre più atleti professionisti di altre discipline stanno integrando il padel nella preparazione. Non come passatempo, ma come strumento di allenamento con benefici specifici e misurabili: riflessi, cardio, agilità, e un carico articolare più gestibile rispetto ad altri sport di reattività.

E c’è anche la componente mentale, che chi gioca conosce bene: il padel è problem solving continuo, decisioni ogni due secondi, gestione dell’errore. Per uno sportivo abituato alla pressione, è palestra cognitiva travestita da divertimento.

La favola di Curaçao e cosa ci insegna

Che questa storia arrivi da Curaçao, tra le nazionali più piccole mai arrivate a un Mondiale, la rende ancora più bella. Room, con la sua parata dopo l’altra, è diventato il simbolo di una squadra che compensa i mezzi con il lavoro e l’inventiva. E l’inventiva, evidentemente, passa anche dal modo di allenarsi.

La nostra lettura: per anni il padel ha dovuto difendersi dall’etichetta di “sport minore” o di moda passeggera. Poi sono arrivati i numeri dei praticanti, poi i grandi sponsor, e ora arriva anche la legittimazione più inattesa: quella della scienza dell’allenamento. Quando un portiere da record al Mondiale ti cita tra i suoi segreti, qualcosa vorrà pur dire.

E voi ve ne siete accorti sulla vostra pelle? Da quando giocate a padel, in quali altri sport o attività avete notato riflessi e reattività migliori?

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GEAR & MERCATO · 3 min di lettura

Nike entra nel padel e vuole Tapia: la notizia che cambia il mercato

Secondo Marca, Nike prepara l'ingresso nel padel per il 2027 con Agustin Tapia come volto. Ma c'è il contratto con Nox fino al 2028.

Nike è pronta a entrare nel mondo del padel. La notizia, lanciata in esclusiva da Marca a metà giugno, è di quelle che ridisegnano un intero mercato: il colosso americano starebbe preparando il suo sbarco per il 2027, e per farlo col botto avrebbe messo gli occhi sul giocatore più forte del mondo, Agustin Tapia.

Cosa dice l’indiscrezione

Secondo il quotidiano spagnolo, Nike valutava l’ingresso nel padel già da tempo e si sarebbe convinta di recente, dopo aver inviato emissari alle tappe di Premier Padel di Buenos Aires e Roma per osservare da vicino la crescita del circuito e il fervore del pubblico. Il piano prevederebbe il lancio di una linea padel nel 2027, con il Mozart di Catamarca come volto globale del progetto.

C’è anche un canale di dialogo ad alto livello: Nasser Al-Khelaifi, presidente di Premier Padel e del PSG (club vestito proprio da Nike), avrebbe parlato di sviluppo del padel con il CEO di Nike Elliott Hill a margine della finale di Champions League.

Il nodo: il contratto con Nox fino al 2028

Il problema, per Nike, ha un nome preciso: Nox. Tapia è legato al marchio spagnolo dal 2017, da quando diciassettenne arrivò in Spagna proprio grazie all’azienda che lo ha accompagnato in tutta la carriera. Il contratto, rinnovato nel 2024, scade a fine 2028. E il fondatore di Nox, Jesús Ballvé, è stato chiarissimo: Nike li ha già contattati tramite intermediari, ma “Agus non lascia Nox”. Se Nike vuole entrare con abbigliamento e scarpe puntando su Tapia, ha aggiunto, dovrà sedersi al tavolo con loro e valutare insieme se l’associazione convenga a entrambi.

Tapia, dal canto suo, non si è nascosto: interpellato sulle voci, ha definito un eventuale approdo in Nike “un sogno”. Difficile dargli torto: parliamo del marchio di Cristiano Ronaldo, LeBron James, Alcaraz e Sinner.

I segnali che rendono la pista credibile

L’indiscrezione poggia su indizi concreti. A gennaio Nike ha firmato Anna Leigh Waters, numero 1 del pickleball: prima il pickleball, poi il padel come passo successivo è una sequenza logica per il mercato americano. E c’è un dettaglio curioso: il logo Nike sulle piste di Premier Padel già si vede, perché Leo Augsburger gioca con scarpe Nike da tennis, senza alcun accordo con il marchio. Infine il quadro dei partner tecnici: Premier Padel è legato a Bullpadel fino a fine stagione 2026, una finestra che si apre proprio a ridosso del 2027.

Perché questa notizia pesa

Al netto di come finirà la telenovela Tapia, il punto vero è un altro: se Nike entra, il padel cambia categoria. L’arrivo del più grande marchio sportivo del mondo porterebbe investimenti, distribuzione globale e una legittimazione che nessuna campagna di comunicazione può comprare. Per i marchi storici del padel sarebbe una sfida durissima, ma anche la conferma definitiva che questo sport è diventato un mercato che nessuno può più ignorare.

E voi come la vedete: l’arrivo dei colossi generalisti fa bene al padel o rischia di schiacciare i marchi specializzati che questo sport lo hanno costruito?

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CRONACA PRO · 3 min di lettura

Il tennis accoglie il padel a Wimbledon: Lebron tennista per un giorno

Juan Lebron con la racchetta da tennis sull'erba più famosa del mondo: un'immagine simbolo del nuovo rapporto tra i due sport.

C’è un’immagine che vale più di mille dibattiti sul rapporto tra tennis e padel: Juan Lebron, uno dei giocatori più iconici della storia del padel, con una racchetta da tennis in mano sull’erba più famosa del mondo. Il tempio del tennis che apre le porte a un campione del padel è una scena che fino a pochi anni fa sarebbe stata semplicemente impensabile. Spoiler: non se la cava affatto male.

El Lobo fuori dalla gabbia

Per chi non lo conoscesse, e nel mondo del padel è difficile, Juan Lebron è El Lobo: primo spagnolo a raggiungere il numero 1 del mondo, metà della coppia che con Ale Galán ha dominato un’epoca, oggi in coppia con Leo Augsburger ai vertici del ranking. Un giocatore cresciuto tra le pareti della gabbia, ma con un passato da tennista come tanti campioni del padel della sua generazione.

Ed è proprio questo il punto: vederlo maneggiare una racchetta da tennis con quella naturalezza ricorda quanto i due sport siano imparentati. La mano c’è, la lettura della palla pure. Cambiano gli spazi, i tempi e, soprattutto, mancano i vetri: la stessa barriera, in direzione opposta, che i tennisti incontrano quando entrano nella gabbia.

Il simbolo conta più del gesto

Al di là del colpo riuscito o meno, quello che conta è il contesto. Wimbledon non è un campo qualsiasi: è l’istituzione più conservatrice e prestigiosa del tennis mondiale. Che il padel, attraverso uno dei suoi volti più riconoscibili, entri in quel mondo racconta un cambio di clima evidente: il tennis ha smesso di guardare il padel dall’alto in basso, e il padel ha smesso di dover chiedere permesso.

È lo stesso movimento che stiamo osservando su più fronti: le wild card ai tennisti nei tornei Premier Padel, i brand storici del tennis che investono nel padel, gli incroci sempre più frequenti tra i due circuiti. Due sport cugini che per anni si sono guardati con sospetto e che ora si scoprono alleati naturali: pubblici che si sovrappongono, valori simili, interessi convergenti.

La rivalità che non serve più a nessuno

La nostra posizione la conoscete: la guerra tennis contro padel è sempre stata una guerra tra tifoserie, non tra sport. I campioni, da Errani a Lebron, lo dimostrano ogni volta che attraversano il confine con curiosità e rispetto: si può amare l’erba di Wimbledon e la gabbia di un P1 senza tradire nessuno dei due.

Se anche Wimbledon accoglie il padel, forse è il momento di archiviare definitivamente la domanda “sport vero o moda?”. La risposta l’ha data la storia, e ha detto: entrambi.

E voi da quale sport arrivate? Raccontateci se il tennis vi ha aiutato nel padel o se, come per molti, è stato il padel a riportarvi la voglia di racchetta.

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GEAR & MERCATO · 3 min di lettura

Red Bull Padel: Court Legends, il padel ha finalmente il suo videogioco

Gratis su iOS e Android, con licenza ufficiale Premier Padel: partite online, gestione del club e i pro nel gioco. Ed era ora.

Dal 27 maggio il padel ha ufficialmente il suo primo videogioco per smartphone: si chiama Red Bull Padel: Court Legends, è gratuito, ed è disponibile su iOS e Android in tutto il mondo. Non un giochino promozionale qualsiasi, ma il primo titolo con licenza ufficiale Premier Padel, sviluppato da Red Bull insieme al circuito.

Cosa si fa nel gioco

Court Legends è costruito su due anime. La prima è il campo: si controllano entrambi i membri della coppia in partite online in tempo reale contro altri giocatori, con volee, lob, smash e recuperi difensivi che provano a restituire la natura tattica del padel vero, fisica realistica compresa. La seconda è la gestione: ogni giocatore costruisce e amministra il proprio club, ingaggia atleti, crea sinergie tra i profili del roster.

La progressione ricalca fedelmente il percorso del circuito professionistico: si parte dalle Friendly League, si sale attraverso i tornei P2 e P1, fino ad arrivare ai prestigiosi Major. Il gioco ricrea le location ufficiali dei tornei del Qatar Airways Premier Padel Tour, permettendo di affrontare un’intera stagione competitiva, con classifiche, leaderboard ed eventi speciali durante l’anno.

I professionisti entrano nel gioco

Per la prima volta, giocatori professionisti di padel compaiono in un videogioco: Bea González, Alejandro Galán e Juan Lebron sono presenti come coach, con Delfi Brea in arrivo in un futuro aggiornamento. Nel gioco compaiono anche attrezzature e materiali ufficiali di marchi come Wilson e Bullpadel. Dettagli che sembrano secondari, ma che per la costruzione dell’immaginario di uno sport sono fondamentali.

Perché un videogioco è una notizia seria

Chi pensa che un gioco per smartphone sia una curiosità da margine si perde il quadro: calcio, basket e tennis devono una fetta enorme della loro popolarità globale ai videogiochi. Generazioni intere hanno imparato regole, giocatori e squadre da FIFA, NBA 2K e Top Spin prima ancora di vedere una partita vera. Il padel, fin qui, non aveva nulla di tutto questo.

Non è nemmeno una mossa isolata: Red Bull è partner strategico di Premier Padel dal 2024, con un accordo su trasmissioni, produzione e sponsorizzazioni fino al 2027. Court Legends è l’estensione naturale di quella strategia al gaming, per trasformare il circuito in un’esperienza che vive tutto l’anno: in campo, in TV, sui social e ora anche sul telefono. E non finisce qui: nella seconda metà del 2026 è atteso anche Padel Rivals, un secondo titolo dedicato al padel per PC e console.

La nostra lettura: questo è uno di quei passaggi che si riconoscono solo col senno di poi. Tra qualche anno, quando incontreremo ragazzi arrivati al padel partendo da uno schermo, sapremo che è cominciato qui.

E voi lo avete già scaricato? Raccontateci com’è: il feeling della gabbia c’è o il padel vero resta inimitabile?

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DIETRO LE QUINTE · 3 min di lettura

Borges lascia Augsburger: dov’è il limite per un manager?

Dopo 5 anni e mesi di attacchi pubblici a Lebron, Lisandro Borges non è più il manager di Leo Augsburger. La storia della rottura.

Dopo cinque anni, Lisandro Borges non è più il manager di Leo Augsburger. O forse, a leggere bene i comunicati, è il contrario. La separazione tra uno dei giocatori più forti del mondo e uno degli agenti più influenti e discussi del padel è arrivata a inizio luglio, al culmine di mesi di tensioni consumate, questo il punto, davanti a tutti. E lascia sul tavolo una domanda che riguarda l’intero sport professionistico: qual è il limite che un manager non deve oltrepassare?

L’ombra che voleva la scena

Per cinque anni Borges è stato la voce accanto ad Augsburger: presidente dell’Associazione Argentina di Padel, CEO dell’Argentina Padel Tour, a capo di The Players Padel Agency, l’uomo che ha accompagnato Leo da promessa dodicenne a metà della coppia numero 3 del mondo, con un contratto con Siux che lo stesso Borges valuta vicino ai 30 milioni di euro.

Ma negli ultimi mesi quella voce ha fatto più titoli del suo giocatore. Gli attacchi pubblici a Juan Lebron, compagno di coppia di Augsburger, sono diventati un tormentone: fino allo sfiorare le mani con lo spagnolo a Parigi, fino alle storie Instagram dopo l’eliminazione nei quarti a Bordeaux, in cui scriveva che è difficile vincere “quando accanto hai qualcuno che genera costantemente conflitti”. Un manager dovrebbe essere l’ombra di chi rappresenta, non il suo megafono.

L’addio: fedele a chi, esattamente?

Nel comunicato d’addio, Borges spiega di aver fatto “un passo indietro” per restare “fedele alle proprie convinzioni”, non essendo disposto a guardare il suo giocatore “condizionato da un ambiente dannoso”. Parole nobili in apparenza. Ma proteggere un giocatore è un mestiere; decidere per lui con chi deve giocare è un altro mestiere. E il confine tra i due è esattamente ciò che è saltato in questi mesi.

La risposta di Leo: grazie di tutto. Punto.

Augsburger ha salutato con un video misurato: cinque anni importanti, gratitudine reciproca, il bene che resta. Nemmeno una parola sul perché, solo un “passeranno i giorni e gli anni, e allora sapremo se è stata una buona decisione”. A vent’anni, chiudere così con l’uomo che ti ha costruito non è freddezza: è capire che la carriera è tua. Forse la scelta più matura di tutta questa vicenda l’ha fatta il più giovane dei protagonisti.

Il danno vero non è l’addio

La nostra lettura è questa: il danno vero non è la separazione, che anzi potrebbe essere salutare. Sono i mesi in cui Leo ha giocato con una guerra in casa, il suo manager contro il suo compagno, sotto gli occhi di tutto il circuito. Chi doveva proteggerlo gli ha reso tutto più difficile. Paradossalmente, questa uscita di scena potrebbe essere la cosa migliore che Borges abbia fatto per il bene di Leo nell’ultimo anno.

Resta la domanda di fondo, e la giriamo a voi: in uno sport che si professionalizza a questa velocità, dove passa il confine tra un manager che difende il suo atleta e uno che lo usa come palcoscenico?

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CRONACA PRO · 3 min di lettura

La FIP firma il Codice WADA: il padel verso le Olimpiadi

Stessi controlli antidoping degli sport olimpici e un requisito chiave per il sogno a cinque cerchi: cosa cambia davvero con la firma.

Il padel sarà mai uno sport olimpico? La domanda accompagna il nostro sport da anni, e a metà luglio è arrivato il passo più concreto mai fatto in quella direzione: la Federazione Internazionale Padel è ufficialmente diventata firmataria del Codice Mondiale Antidoping della WADA. Una notizia tecnica in apparenza, storica nella sostanza.

Cosa significa essere firmatari del Codice WADA

Il Codice WADA è il documento che armonizza regole, politiche e controlli antidoping tra organizzazioni sportive e autorità pubbliche di tutto il mondo. Diventarne firmatari significa una cosa precisa: il padel entra nello stesso quadro antidoping seguito dai principali sport olimpici e internazionali. Standard uguali, ovunque, per tutti.

Non è stato un passaggio di forma: il risultato arriva dopo due anni di lavoro con l’International Testing Agency per allineare governance, regolamenti e programma antidoping della federazione agli standard richiesti. “Un traguardo storico per la nostra Federazione e per l’intera comunità del padel”, lo ha definito il presidente FIP Luigi Carraro, che dell’ingresso del padel nel mondo olimpico ha fatto la sua missione dichiarata.

Cosa cambia per i giocatori

Da ora la FIP si impegna ad applicare il Codice e i relativi standard internazionali in tutte le competizioni che sanziona: FIP World Cup, Premier Padel, Cupra FIP Tour e Hexagon World Series. Per gli atleti significa controlli allineati a quelli degli sport olimpici, e la garanzia di competere in un ambiente equo e trasparente ovunque nel mondo. Per uno sport che si professionalizza alla velocità del padel, con montepremi e sponsor in crescita costante, è una tutela prima ancora che un obbligo.

Perché il collegamento con le Olimpiadi

Qui sta il punto che rende la notizia grande: la firma del Codice WADA è un requisito fondamentale per il riconoscimento nel Movimento Olimpico. Nessuna federazione internazionale può ambire ai Giochi senza essere pienamente conforme al quadro antidoping mondiale. Con questa firma, il padel spunta una delle caselle più pesanti del percorso, e il sogno di vedere la gabbia ai Giochi, con Brisbane 2032 come orizzonte più realistico di cui si parla, smette di essere una suggestione e diventa una candidatura seria.

La strada resta lunga, ma la direzione è giusta

Diciamolo con onestà: la firma del Codice non garantisce nulla. Il riconoscimento olimpico dipende da molti fattori, dalla diffusione globale alla volontà politica del CIO, e la concorrenza tra sport emergenti è feroce. Ma c’è una differenza tra sognare le Olimpiadi e lavorare per le Olimpiadi: la prima cosa la fanno tutti, la seconda si misura in atti come questo. E la FIP, su questo fronte, sta facendo i compiti.

Noi ce lo chiediamo da tempo e ora lo chiediamo a voi: vedere il padel alle Olimpiadi sarebbe il coronamento di tutto, o il nostro sport ha già dimostrato di poter crescere benissimo anche senza i cinque cerchi?

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CLUB CULTURE · 3 min di lettura

Tennis o padel? Rolex, Hublot, AP e Richard Mille hanno già risposto: entrambi

Rolex con Coello, Audemars Piguet timekeeper del Premier Padel, Hublot con Galán, Richard Mille con Belasteguín: il lusso ha scelto.

Per anni abbiamo litigato. Tennis o padel? Sport vero o moda? Mentre noi discutevamo, i marchi più esclusivi dell’alta orologeria mondiale avevano già scelto. E la loro risposta è la più scomoda per entrambe le tifoserie: entrambi.

La mappa del lusso nel padel

I fatti, in ordine. Hublot è stata la prima a muoversi, accogliendo Alejandro Galán, allora numero 1 del mondo, come Friend of the Brand già nel 2022. Richard Mille, il marchio al polso di Nadal e Pogacar, ha seguito nel 2023 con Fernando Belasteguín, leggenda assoluta di questo sport. Poi il 2026 ha cambiato marcia: a gennaio Rolex ha firmato il suo primo accordo nel padel con Arturo Coello, numero 1 del mondo. E a maggio è arrivata la mossa più pesante di tutte: Audemars Piguet è diventata Official Timekeeper dell’intero Qatar Airways Premier Padel Tour, con orologi di pista in ogni torneo, e ha scelto come ambassador Agustin Tapia.

Riassumendo: le quattro maison più desiderate del pianeta, quattro accordi nel padel. Non testimonial casuali: i due numeri 1 del mondo e il più grande di sempre.

Perché proprio questi marchi, perché proprio ora

L’alta orologeria non investe mai a caso: sceglie territori che parlano al suo pubblico. Per un secolo quel territorio è stato il tennis (Rolex e Wimbledon sono quasi sinonimi), insieme a golf, vela e Formula 1. Se oggi quegli stessi marchi entrano nel padel, è perché hanno letto i dati che raccontiamo da tempo: il padel intercetta esattamente il pubblico che il lusso insegue, urbano, giovane, con capacità di spesa, e lo fa in una dimensione sociale che nessun altro sport di racchetta offre.

Come ha spiegato la CEO di Audemars Piguet Ilaria Resta annunciando l’accordo, lo sport fa parte della storia della maison, e col padel si apre un capitolo guidato da valori come inclusione, lavoro di squadra e talento. Tradotto dal linguaggio corporate: il padel è il posto dove oggi si costruiscono le community che contano.

Il dettaglio che chiude il dibattito

Il punto più interessante è che nessuno di questi marchi ha lasciato il tennis per il padel. Rolex resta il volto del tennis mondiale, e intanto firma Coello. AP scandisce il tempo del Premier Padel e continua a vestire icone di ogni sport. Il lusso non ha scelto tra i due sport: ha capito che sono lo stesso pubblico in due momenti diversi della settimana. Chi guarda Wimbledon la domenica, il martedì sera è in gabbia con gli amici.

Ed è qui che il vecchio dibattito si sgonfia da solo. “Sport vero o moda?” era la domanda sbagliata: le mode i marchi centenari le cavalcano e le abbandonano, sugli sport veri costruiscono partnership di circuito e ambassador a lungo termine. Quello che sta succedendo è la seconda cosa.

Forse è ora di fare come loro e smettere di scegliere. E voi da che parte stavate nella guerra tennis-padel? E soprattutto: ci state ancora?

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CLUB CULTURE · 3 min di lettura

In Belgio i festival si spostano nei padel club: il caso Buenas Open

Padel by Day, Party by Night: il primo festival di padel a tema retrò al mondo trasforma i club in venue. E ci mostra il club del futuro.

C’è un posto in Europa dove i festival non si fanno più solo nei parchi o nelle arene: si fanno nei padel club. Succede in Belgio, dove il Buenas Open sta trasformando i club in perfette location per festival, con una formula riassunta in uno slogan che è già un manifesto: Padel by Day, Party by Night.

Cos’è il Buenas Open

Il Buenas Open Championships si presenta come il primo festival di padel a tema retrò al mondo: un torneo amatoriale che fonde competizione, musica e intrattenimento, completato dal Buenas Open Air, un day festival costruito su musica ed energia da vivere tra un match e l’altro. Di giorno si gioca, con tanto di dress code e atmosfera anni Settanta; quando cala il sole, il club diventa un festival vero e proprio, con DJ set e palco.

Il progetto viaggia su più tappe (nel 2026 il calendario tocca Gand, Knokke e Waterloo) e ha perfino sviluppato un format business, dove al posto del party serale c’è il networking tra imprenditori. L’ambizione dichiarata degli organizzatori è diventare il più grande festival di padel al mondo.

Un modo alternativo di vivere il club

Quello che ci interessa non è il singolo evento, ma il modello. Il Buenas Open dimostra che un padel club può essere molto più di un posto dove si affittano campi: può essere una venue, un luogo di aggregazione capace di attirare anche chi la racchetta non la impugna. È lo sfruttamento pieno di quella potenzialità sociale che chi gioca conosce da sempre: il padel è per definizione intrattenimento e divertimento, la partita è solo l’inizio della serata.

Lo sanno molto bene anche i brand: eventi così attirano sponsor che con lo sport tradizionale c’entrano poco, dal beverage al fashion, perché comprano esattamente quello che un torneo classico non offre: un pubblico giovane, in un contesto di festa, per ore.

Il club del futuro, di nuovo

Se questa storia vi suona familiare, è perché conferma dal basso quello che il Global Padel Report certifica dall’alto: i club più performanti al mondo sono quelli che vanno oltre il modello affitta-campi, puntando su experience, hospitality e community. Il Belgio, mercato in piena crescita, lo sta facendo nel modo più spettacolare possibile: invece di aggiungere servizi al club, trasforma il club stesso in un evento.

E l’Italia?

La domanda sorge spontanea: in Italia siamo pronti per questo nuovo concept di padel club? Sulla carta abbiamo tutto: il secondo parco campi al mondo, una cultura dell’aperitivo e della socialità che il resto d’Europa ci invidia, e un clima che rende possibile l’outdoor sei mesi all’anno. Quello che ancora manca è il coraggio imprenditoriale di pensare il club come un luogo di intrattenimento a tutto tondo, e non solo come un impianto sportivo con un bar.

La nostra scommessa è che il primo che lo farà bene, in Italia, farà scuola. E voi ci andreste a un festival in un padel club? E soprattutto: il vostro club sarebbe pronto a ospitarne uno?

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